IL FIGLIO DEL NORD

Volume 1 della Saga di Helvik

Capitolo I – Il vento del Nord

Il vento del Nord arrivò prima di lui, distendendosi come una coltre invisibile sui pendii e sulle acque del fiordo. Portava odore di sale, di alghe spezzate, di resina bruciata in focolari lontani. Strisciava tra le travi dei tetti, fischiava dentro le piccole fessure dei pali, e batteva sulle barche tirate a secco, facendo vibrare le corde come nervi. Quando la prua annerita della Skrafn tagliò la curva della scogliera e si allineò con l’imboccatura del porto, il vento piegò le vele come mani dure piegano un foglio di cuoio.

Sigvard stava a prua, immobile. Il mantello scuro gli scendeva pesante sulle spalle; la barba spruzzata d’argento gli si muoveva appena, umida di spruzzi. Guardò Helvik come si guarda un volto ricordato a memoria, eppure improvvisamente estraneo. Le case, di legno e torba, sembravano più basse; la palizzata, più scabra; il tempio, una sagoma scura con le assi sverniciate dal tempo e dalle maree, quasi una carcassa di balena spiaggiata. Eppure il fiordo aveva la stessa curva di sempre, la stessa lingua d’acqua che s’inoltrava tra le rocce come serpente freddo. I corvi—sempre i corvi—disegnavano ellissi lente sopra la spiaggia, virando controvento, come se stessero aspettando un segnale per calare.

«Siamo tornati, jarl,» mormorò Eirik, il suo timoniere, un uomo dagli occhi chiari e dal naso spezzato due volte. «Helvik non è cambiata.»

Sigvard fece un cenno che poteva essere un assenso, o soltanto una fessura nel pensiero. «Tutto cambia,» disse piano, «anche quando finge di restare.»

La Skrafn urtò con dolcezza il pontile di tronchi. Gli uomini balzarono giù; qualcuno gridò ordini, le funi furono lanciate e stese, legate in nodi rapidi. Il mare mugolò e indietreggiò, ritornando subito a lambire la ghiaia con una pazienza antica. Sigvard scese per ultimo. Sotto lo stivale sentì la compattezza delle assi, il loro scricchiolio, la memoria di legna bagnata. Una bambina lo fissava da dietro una staccionata; aveva due trecce rigide e una tunichetta troppo corta: negli occhi scuri un misto di curiosità e paura.

«È lui?» sussurrò. La madre la tirò via con un gesto secco, ma senza cattiveria. Sigvard incrociò il suo sguardo: rispetto e diffidenza. Ricambiò con un inchino quasi impercettibile.

Gli vennero incontro alcuni pescatori. Tra loro riconobbe Haldur, che un tempo salpava con lui in primavera e tornava a fine estate con le mani piene di sale e ferite. Ora camminava zoppicando, un ginocchio gonfio sotto i panni.

«Sigvard,» disse Haldur, fermandosi a un passo. Non lo chiamò jarl. Non era un’offesa, ma una constatazione: il titolo pesava nel ricordo come un ferro lasciato all’aria. «Il mare ti ha restituito. Non lo fa con tutti.»

‘«Nemmeno gli dèi,» rispose Sigvard. «Ma non chiedere al mare pietà. Non ce l’ha!.»

Haldur sorrise senza denti. «Ah, gli dèi. Qui li sentiamo meno. Forse si sono spostati a sud, dove pare ci sia un unico dio. Parlano di lui su ogni banchina, come di una balena bianca che nessuno ha visto ma tutti descrivono.»

«E tu, Haldur? La preghi, la balena?»

«Io prego il ginocchio, al mattino. Se regge, è un dio sufficientemente potente.» Si fece serio. «La tua casa è stata tenuta come hai chiesto. Inga passa a spazzare la soglia, e Brynjar ripara il tetto quando le tavole cedono. Nessuno ci mette piedi senza un tuo permesso.»

Sigvard annuì. «Dì a Inga che le devo due inverni di gratitudine.»

«Diglielo tu. È lì che fa finta di non guardarti.» Haldur fece un cenno. La vecchia Inga stava in fondo al molo, dritta come un palo di frassino, con un bastone nodoso nella mano sinistra. La sciarpa le copriva i capelli, ma non gli occhi, che brillavano vivi come braci.

«Ben tornato, figlio di Torstein,» disse, quando Sigvard le fu vicino. «Le tue ossa scricchiolano come barche vecchie, ma ancora cammini da capo e non da servo. È segno che gli spiriti non ti hanno finito.»

Sigvard cennò di sì. «Mi hanno soltanto assaggiato.»

«Non vantartene. A qualcuno piace il sapore del ferro,» fece Inga, annusando l’aria. «Qui siamo cambiati, sì. C’è chi porta croci al collo, chi le nasconde sotto la tunica. Il tempio è stato svuotato due volte e riempito tre. I corvi hanno più fede di noi. E tuo figlio…»

La parola restò appesa. Sigvard spostò lo sguardo, come se il nome potesse far male. «Leifur.»

«Ha il tuo silenzio e gli occhi della madre. Questo è bene e male insieme.» Inga si avvicinò un passo, abbassando la voce. «Non farlo crescere tra due ombre, Sigvard. Una è già abbastanza.»

Lui inspirò a fondo. L’odore della resina e del sale si mescolò a un sentore di cenere vecchia. «Astrid non ha ombre. Solo luce che non riesco a guardare.»

La vecchia lo toccò con una carezza rapida sul braccio, come un passero che si posa un attimo su un ramo. «La luce, se la tieni a distanza, diventa fulmine. Vai a casa. Le tavole avranno qualcosa da dirti.»

La casa stava dove era sempre stata, a metà del pendio, con la vista sul fiordo e sul tempio. La porta di legno cedeva un poco sui cardini, ma resse il suo peso. Dentro, il fumo aveva lasciato una patina liscia su ogni cosa: le ciotole, le pelli, la cassapanca, il tavolo con le incisioni di molti inverni. Sul ripiano più alto, accanto a un coltello da pane, giaceva un pettine di osso. Sigvard lo prese: tra i denti rimaneva un capello chiaro, quasi trasparente. Il mondo gli si strinse in un punto dello sterno.

«Astrid,» disse, senza voce. Non l’aveva mai pronunciato da solo, senza una risposta. Gli parve che la stanza si inclinasse appena, come in barca quando cambia il vento.

Posò il pettine. Uscì sul retro. Il pendio saliva ancora per una trentina di passi, fino alla pietra piatta che lui e Astrid avevano scelto come luogo dei giuramenti: lì avevano promesso sulla spada e sul pane, sotto il corvo che li guardava. Oltre, due steli. Quella di Astrid era semplice, senza rune, come lei aveva voluto: Niente parole, aveva detto, che le parole sanno mentire. Sigvard si inginocchiò. La neve si era ritirata da pochi giorni—rimanevano chiazze in ombra, come ferite che il sole non aveva ancora lambito.

«Sono tornato,» mormorò. «Tardi. Come sempre.»

Il vento portò una risata di bambini dalla spiaggia, e il cigolio delle funi. Sigvard chiuse gli occhi. Vide il sorriso di Astrid, e le mani piccole da neonato di Leifur che afferravano il suo pollice. Vide il mare scuro della notte in cui aveva deciso di partire, e le vele come schiene tese, e le stelle puntate a oriente come chiodi d’argento. Ho scelto il ferro—pensò—e il ferro ha scelto me. Ma il ferro non ricambia. Non consola. Non ricuce.

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